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2004 Per Adriana Argalia Ada Donati

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Uno scatto dell’obiettivo, il click istantaneo della macchina fotografica ed ecco che con un effetto quasi magico, cadono in trappola uniti in uno straordinario gemellaggio, un angolo di realtà insieme alle ombre segrete che popolano l’Io più profondo. L’occhio mentale, quello fisico, quello dello strumento ottico generano un corto circuito che dà vita a questa nuova creatura, una fotografia che acquista quasi un valore mitologico, metà anima e metà cosa, in parte soggetto è in parte oggetto, realtà interna e realtà esterna. È così che un mondo oggettivo, neutrale diventa una dimensione dello spirito e che segni insignificanti o apocrifi diventano leggibili. Chi osserva queste foto ha l’impressione di trovarsi di fronte a un testo reso accessibile attraverso una traduzione. In effetti l’artista ne è interprete e traduttore, ne è l’animatore, lo libera dalla banalità quotidiana. Occorre un’ottica visionaria per arricchire quella strumentale, ed è quanto Adriana Argalia riesce a fare gettando sulle cose “l’ombra lunga “ di un’anima che avvertiamo inquieta, assediata. Una modesta fiaccolata in un vicolo di paese si trasfigura in un’esplosione cosmica, oppure in una fulgida danza di parasoli giapponesi in qualche cerimonia rituale. Un’inerte massa di cascami, un groviglio di morte fibre nascoste tra i cespugli di un giardino evocano le chiome attorte di qualche Menade, o radici aeree, pallide di qualche esotica pianta tropicale, qualcosa tra l’organico e l’inorganico. Il contadino piegato sotto il carico di fieno e fascine, curvo sulla sua antica pazienza, appare come un improbabile albero pronto a prendere il volo nel vento, già quasi sdradicato dal suolo. Il vortice disegnato dal povero animale da cortile in un attacco di panico può apparire come l’ampia ruota formata dall’abito a campana di un derviscio nel raptus frenetico della danza mistica. Le lucine di disallineate nei festoni luminosi per la festa di qualche patrono suggeriscono faville inquietanti in un misterioso buio cosmico. Le ombre scure che si aggirano tra i cippi sbilenchi del cimitero praghese sembrano emanazioni sotterranee. La fotografia è l’arte dell’inganno, ma l’artista lo fa senza ingannare. Queste trasfigurazioni non provengono da una manipolazione della realtà, da interventi esterni, ma da particolari angolazioni, focalizzazion, incidenze di luce, intensificazioni condotte da una certa ora del giorno. La realtà è la stessa ma diversa, era conosciuta, ma ci appare ignota. Lo schermo trasparente e deformante di un telo di nylon, per esempio, rende alieno e inattingibe anche un angolo di mercatino rionale. Attraverso queste immagini conosciamo un’artista che è anche un pò maga ed esorcista, incantatrice ed illusionista. Detto con una metafora, Adriana Argalia conduce il leone alle sbarre della gabbia, conduce forze occulte e sgomentanti alla disciplina di una forma estetica e ad un ordine superiore.